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Tra titoli, servi e rivoluzioni: il Novecento secondo Downton Abbey

Il 2025 segna la conclusione della saga di Downton Abbey, dopo 6 stagioni e 3 film: racconta della famiglia Crawley e dei suoi domestici alle prese con la Storia che sconvolge le loro vite. Dal 1912 al 1930 affrontano la tragedia del Titanic, la Grande Guerra, l’epidemia di spagnola, il dopoguerra.

Tra gli studi di Londra e il castello di Highclere nell’Hampshire, viene creata l’immaginaria Downton Abbey, governata dal conte di Grantham (Hugh Bonneville) e dal suo maggiordomo Carson (Jim Carter), più rigido nell’etichetta del conte stesso. La moglie, l’americana Cora (Elizabeth McGovern), è un esempio di come le giovani ereditiere statunitensi (“bucaniere”) guadagnavano titoli nobiliari e in cambio gli aristocratici ricevevano liquidità per le loro casse. La stessa madre di Winston Churchill era americana.

Tutto inizia con la morte dell’erede del conte sul Titanic e con l’arrivo del nuovo erede, un giovane avvocato di Manchester. Basta il fatto che abbia un impiego perché famiglia e domestici siano ostili a Matthew Crawley (Dan Stevens), che erediterà titolo e tenuta in quanto parente di sesso maschile più prossimo (i titoli nobiliari non passano alle donne). Le tre figlie del conte si prenderanno una cotta per il cugino, ma è la primogenita Mary (Michelle Dockery) a sposarlo. 

I domestici sono confidenti e consiglieri: sia Mary che il conte hanno un legame stretto con la cameriera Anna (Joanne Frogatt), Carson e il valletto John Bates (Brendan Coyle). 
I confini della rigida etichetta si assottigliano durante la Prima Guerra Mondiale, tanto che il ritorno alla normalità è impossibile.

È del 1918 il diritto al voto degli uomini che non possedevano proprietà terriere o non pagavano un affitto. Le donne dovranno aspettare altri dieci anni. Il loro ruolo nella società era cresciuto durante il conflitto: come vediamo in Downton molte case aristocratiche furono trasformate in ospedali o convalescenziari, con donne infermiere. La guerra ha cambiato le due figlie del conte: una lavora e ha sposato l’autista irlandese, l’altra ha imparato a guidare e diventa giornalista. Il lavoro a servizio non aveva più le attrattive di stabilità e prestigio precedenti e l’aumento dell’alfabetizzazione e il maggior accesso alla cultura hanno portato un miglioramento delle condizioni di vita delle classi inferiori. La cuoca si è diplomata, una cameriera è diventata impiegata, un cameriere insegnante e scrittore.

Il cambiamento era iniziato con le innovazioni tecnologiche da fine 1800. Elettricità, telefoni, frigoriferi portati nelle case: spaventavano gli anziani della famiglia e dei domestici, incuriosendo i giovani. La radio, definita una “ladra di anime”, ha portato il discorso del Re nelle case, ma anche la musica. Per altre riforme bisognerà attendere decenni: omosessualità e aborto saranno reati fino al 1967. Lo vediamo col cameriere Thomas Barrow (Robert James-Collier) e con la disgrazia di una cameriera nubile rimasta incinta, così come accade a Edith Crawley (Laura Carmichael), che nasconde alla società la figlia avuta fuori dal matrimonio. 

Altri temi sociali trattati sono il razzismo, la violenza, la difficoltà di avere una gravidanza, i problemi psicologici e sociali del dopoguerra, il divorzio. Tra un ricevimento e un rimprovero di Lady Violet (Maggie Smith, che porta ironia ed emozione con la sua magnifica interpretazione), la vita va incontro ai cambiamenti e l’immobilità del passato scompare, lasciando spazio a una nuova era, anche se talvolta, come dice il fratello di Cora, il passato sembra un luogo più confortevole del futuro. Downton Abbey ci mostra il cambiamento della società all’inizio del XX secolo. Lo fa raccontando storie universali, interpretate da attori che ci hanno fatto commuovere e ridere, tifare per l’uno o per l’altro, in un finale strappa lacrime creato appositamente per salutare i fan.

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